CANDIDO FIOR

Candido Fior

Candido Fior (San Martino di Lupari 1942 – 2021)

Candido Fior nasce nel 1942 a San Martino di Lupari, paese dell’alto padovano che rimarrà il luogo d’elezione e d’ispirazione per il proprio operare artistico durante tutta la sua vita. Di quell’angolo di terra veneta ne è stato attento cantore a partire dall’intimità nelle piccole cose quotidiane e perfettamente aderente agli stimoli dell’ambiente familiare e del paesaggio.

Nel suo primigeno corso di studi Candido incontra precocemente Venezia e i suoi istituti artistici, inquadrandosi in pieno nella lunga tradizione della scuola veneta, in quell’uso del colore legato alle atmosfere di un territorio, nel suo caso la campagna dell’alta padovana, con cui manterrà un indissolubile legame. Al principio degli anni Sessanta, arriva a conoscere da vicino Nove in particolare l’atelier di Alessio Tasca, ove collaborerà per alcuni anni realizzando le prime figure stilizzate, forme allungate in terracotta ingobbiata e graffita, di sapore arcaico, eppure espressive nei pochi tratti che le caratterizzano. Si allontanerà da quell’ambiente per alcuni periodi che saranno formativi e lavorativi: alcuni mesi in Francia nel 1963 e a Verona con l’amico Vittorio Fabris nel 1967/68, ove collaborerà nell’insegnamento della materia ceramica in un laboratorio didattico con finalità sociali.

Nel 1970, anno in cui decide di avviare un proprio laboratorio, Candido coinvolge tutta la famiglia in un’ottica da bottega rinascimentale. Con i fratelli Lucia, Sergio e Giorgio, riadatta parte della casa colonica stabilendo i luoghi di lavoro accanto a quelli della quotidiana pratica agricola. Un anno dopo Candido convola a nozze con Rita Brunati, presto allietati dalla nascita del primogenito Massimo nel 1972, di Elena l’anno successivo e Chiara nel 1975. Se si osservano le sculture in piccola serie coeve coglie si la quieta carica rivoluzionaria di quegli semplici sculture in piccola serie. A Candido Fior va il merito di aver dato un valore all’essenziale, alla levigatezza rugosa delle superfici in terracotta appena accennate da rilievi e ingobbi evocanti un soggetto o un concetto della placida natura circostante. Esemplare ed esemplificativa rimane la testimonianza filmica del documentario “Terra Viva” di Aldebrando De Vero, datato 1976 e con commento critico di Enrico Crispolti, ove si osserva l’attività corale artigiana allestita all’aperto.

Nel corso degli anni Settanta, precisamente dal 1972 al 1979, insegna la liceo artistico di Treviso. Contemporaneamente partecipa con successo a fiere di alto artigianato in Italia, spesso ospite degli stand Stilwood, e all’estero. Viaggia assieme ad amici che sono originali rappresentanti di quel fermento innovativo: Carlo Bonato (plexiglass), Renata Bonfanti (design tessile), Gigi Sabadin (design d’arredamento) e Alessio Tasca (ceramica). In quel piccolo nugolo di creativi rivoluzionari così eterogeneo, la figura di Candido spicca per il suo essere schivo e riservato, ma nel contempo dedito con costanza alla pratica creativa quale disciplina esigente e a contatto con la realtà. Pur mantenendo attiva la produzione di serie, Candido continua a realizzare in maniera costante disegni e quadri che amplificano la sua visione. La percezione di un colore ambientale che si intensifica nella presenza umana, la precisione del segno e la maniacale cura per la resa di ombreggiature mirate, rendono ogni dipinto un microcosmo a sé. L’immaginazione accompagnata in un territorio conosciuto e vissuto costantemente, sono i caratteri essenziali e comuni a tutta la produzione pittorica, evocazione di un Arcadia interiore.

Durante gli anni ’80 sarà presente in concorsi e mostre d’arte in Italia e all’estero, in particolare con il gruppo di artisti conterranei formato da Antonio Bernardi, Federico Bonaldi, Giuseppe Lucietti, Pompeo Pianezzola, Cesare Sartori e Alessio Tasca. Le sculture dello stesso periodo aprono spesso alla dimensione del sacro, ma visto in un modo unico, genuino, ove la presenza dell’ultraterreno è evocata anche semplicemente da alcuni accennati elementi rivelatori.
Mentre la produzione seriale andava verso l’esaurimento, è singolare notare come la sua ricerca in ambito scultoreo, negli anni ‘90, andasse in tutt’altra direzione, al limite dell’ambito ceramico, con fusioni di sabbie e smalti, talvolta con innesti metallici, che sintetizzano ancora di più quel paesaggio brulicante e vivido. Quelle coltri ricoperte di brina, congelate nel tempo, ma colorate e vitali, si presentano come reperti architettonici, avanzi di qualche civiltà su cui la natura sta reimprimendo nuova vita. Non va dimenticato infine che l’esigenza creativa vissuta da Candido lo ha portato ad utilizzare in maniera intuitiva canoni e codici di linguaggio propri di alcune correnti artistiche pur senza aderirvi in maniera diretta. È questo il caso delle sculture aeree, significative espressioni del sentire pittorico tradotte attraverso materiali poveri, di risulta, quasi fossero giochi creati da mani infantili.

Bibliografia (selezione):

– Carla Caccia, “Gli incontri di «arredorama» con… Candido Fior”, in Arredorama, anno VII, n° 33, luglio 1974
– “Candido Fior – Opere silenti”, a cura di Carmen Rossi, catalogo della mostra presso Ex molino Antonibon- Barettoni in Nove, 30 agosto – 4 ottobre 2009, Edizioni Terra Ferma – Vicenza 2009
– “Candido Fior – Il respiro delle cose” a cura di Giuliano Menato, catalogo della mostra presso Palazzo Pretorio in Cittadella, 5 giugno – 11 luglio 1999, Edizioni Biblos – Cittadella, 1999