POMPEO PIANEZZOLA

Pompeo Pianezzola

Pompeo Pianezzola (Nove 1925 – 2012)

Nasce a Nove, piccolo centro nell’alto vicentino, dove frequenta la locale Regia Scuola d’Arte per la ceramica e il disegno intitolata al concittadino Giuseppe De Fabris, scultore allievo di Canova.
Dimostra un’innata capacità pittorica e inizia giovanissimo una carriera nella storica manifattura Barettoni già Antonibon in cui impara forme e decori tradizionali accanto a stimati decoratori; ivi incontra artisti di passaggio come Arturo Martini, Carlo Scarpa, Ruffo Giuntini e inizia a praticare anche la pittura a olio. Nel 1945, subito dopo il servizio militare e contestualmente al ritorno in azienda, viene chiamato da Giovanni Petucco a collaborare nella didattica della locale scuola d’arte sotto la direzione di Andrea Parini, spingendolo a considerare la via dell’insegnamento e per la quale frequenta l’Accademia di Belle Arti a Venezia. Gli stimoli dati dall’ambiente veneziano lo portano a interessarsi maggiormente alla grafica in particolare con delle acqueforti e a diplomarsi in “decorazione” nel 1950 con Bruno Saetti.

Durante gli anni Cinquanta partecipa a mostre e concorsi di pittura e ceramica con lusinghieri riconoscimenti, ad esempio da parte di Giò Ponti che pubblicherà sue opere su Domus a più riprese. Partendo dalla matrice del realismo pittorico filtrata attraverso la lezione picassiana inizia la serie di Finestre (o “transenne”, definizione di Parini), terrecotte traforate e smaltate. In un lento evolversi da quelle che, all’epoca, erano ancora definite arti decorative e nell’ottica del design internazionale, dal 1957 (e fino al 1964) produce nel suo laboratorio, coadiuvato da Antonio Lucietti, diverse serie di oggetti per l’arredamento quali lampade, vasi, pannelli. Anche con queste tipologie di prodotti prende parte a numerose mostre collettive in Italia e all’estero e inizia collaborazioni con alcune gallerie.
La produzione di pezzi unici e in serie limitata prosegue delineando uno stile sobrio e dalla fattura leggera, in maiolica e terraglia e con decorazioni che, da un’iniziale richiamo alla natura, virano precocemente ad un geometrismo realizzato a mano.
Nel 1962 cederà alla manifattura Zanolli e Sebellin le proprie realizzazioni di serie iniziando una fruttuosa collaborazione come designer per l’azienda stessa.

All’inizio degli anni Sessanta focalizza maggiormente l’uso di segni graffiti già in uso su coppe, ciotole e scudi in favore di un tratto più sequenziale e morbido che porta agli studi sulle Superfici e Vibrazioni, prediligendo l’uso di fondi scuri in contrasto con scelte cromatiche in primo piano date anche da lustri metallici. In quegli anni ottiene molti riconoscimenti pubblici e di critica tra cui nel 1963 il Premio Palladio e il Premio Faenza nella sua I edizione internazionale (ex aequo con Fulvio Ravaioli); partecipa anche alla “mostra dell’arcicucco”, ossia la collettiva tematica volta a reinventare il tradizionale fischietto in scultura fischiante. Dal 1963 e sino al 1968 è direttore della Scuola d’arte di Nove, divenuta nel frattempo Istituto Statale d’Arte. Nel 1966 tiene la sua prima personale alla Galleria la Chiocciola di Padova, presentando gli Alveari, opere dalle superfici geometricamente modulate in un’ottica costruttivista. Nel 1968 comincia la collaborazione in qualità di designer con la ditta Appiani di Treviso, proponendo nuove idee per una vasta gamma di piastrelle.

Inizia la sperimentazione anche su altri materiali, in particolare lastre in plexiglass spruzzato e lastre metalliche serigrafate, con la serie delle Fluttuazioni, lavori che si avvicinano idealmente all’optical e all’arte cinetica e programmata. Gli anni Settanta si caratterizzano inizialmente per la scelta di utilizzare materiali industriali e parametri geometrici con l’intento di recuperare le vibrazioni cromatiche proprie della pittura veneta. Se da un lato è possibile ritrovarvi una lontana eco di civiltà musiva, forse bizantina, la disposizione seriale si fa preziosa e cerca una purezza nella materia cromatica ceramica. Continua ad esporre in Italia e all’estero, tra cui in Giappone, sia con personali che in selezionate collettive, spesso a rappresentare l’Italia nell’ambito della ricerca ceramica accanto a colleghi quali Carlo Zauli, Nanni Valentini, Nino Caruso, Salvatore Cipolla. A metà decennio il recupero informale della materia passa anche attraverso un fitto segno scritturale, gli Appunti preludio alle successive rielaborazioni del tratto sulla materia. Nel 1977 terminata l’attività di insegnante iniziata trentadue anni prima.
L’anno successivo è presente alla rassegna “Presenze 78”, importante mostra allestita a Palazzo Bonaguro in Bassano del Grappa che lo vede protagonista assieme a Federico Bonaldi, Candido Fior, Giuseppe Lucietti, Cesare Sartori, Alessio Tasca e Antonio Bernardi; questo stesso gruppo di artisti esporrà a più riprese nel corso del decennio successivo.

Gli anni Ottanta sono per Pianezzola il tempo in cui delineare in maniera chiara le Pagine.
Sin dalle mostre personali tenute più volte in Giappone, emerge la complessità di fregi e linee che si accorpano per piani sovrapposti alla materia sottostante, sia in chiave monocroma che nell’alternanza coloristica di smalti e reagenti. Il suo lavoro è particolarmente apprezzato nell’estremo Oriente ed interpretato quale punto di contatto tra le culture. L’apparente linguaggi dei segni che si intravvedono sulle superfici paiono rimandare a sconosciuti alfabeti di civiltà lontane, di difficile collocazione, eleganti e precisi nella loro immaterialità. La pura pittura, per quanto realizzata su sottili lastre in ceramica, è il tratto dominante delle sue opere che iniziano a mostrare anche segni materici e non nascondono cicatrici e lacerazioni, lucori e gocce di colore. Le Pagine diventano quasi spazio di accadimenti segnici, sorta di fossili atti a fissare la storia, talvolta arrotolati su se stessi quali antichi volumina, ma anche costruiti per sovrapposizione di elementi simili in quelli che diverranno i Libri. Inizia una lunga collaborazione con alcuni enti pubblici locali, in particolare Bassano del Grappa e Nove, ideando e promuovendo la materia ceramica con mostre tematiche che aprono alla ricerca contemporanea europea: la mostra didattica “Esplorazioni – La Ceramica” del 1984, “Oltre i 1000° gradi” 1985, “Ceramisti inglesi a Bassano” 1987, “Terre di Spagna” 1988 e “Terre dell’est” 1991. Fondamentale il suo apporto anche nella grande mostra dedicata alla storia della ceramica vicentina ed ospitata nella basilica palladiana in Vicenza col titolo “Fictilia”, 1989-90.

Nel decennio successivo la levità materica che sconfina nella rarefazione spirituale diventa uno dei tratti distintivi delle pagine e dei libri che talvolta traspone in importanti installazioni, anche come commissioni pubbliche. È questo il caso della complessa Alveo (1992, metri 22x2x1,7) sita a Montecchio Precalcino, sintesi visiva e materiale della storia locale. Il riconoscimento quale maestro della ceramica contemporanea è certificato dalla presenza su invito a molte esposizioni collettive in Italia e all’estero (esemplari quelle alla Galerie Besson del 1993 e la coeva “Segni e impronte del tempo” a Faenza), ma anche come giurato e professore in concorsi e workshop.
La vibrazione semantica, evocatrice di una qualche misura del tempo, rimane il fulcro delle opere di questo decennio, talvolta realizzate in occasione di mostre tematiche internazionali; la materia viene però alterata e quelle pagine o libri, si spezzano o alterano in ragione di scelte volumetriche tridimensionali.
La rarefazione del colore e del segno unito alla ricerca della leggerezza tocca l’apice nella personale “Bianco viaggio intorno al neoclassico” del 2003 in cui rilegge l’opera canoviana. Il bianco della maiolica e l’uso di carte scelte, strappate sovrapposte entro teche, sono un ritorno agli esordi e, nel contempo, un gesto innocente in cui praticare la purezza dell’arte.

Bibliografia (selezione):

– Pompeo Pianezzola. Segni e impronte del tempo” a cura di Lamberto Fabbri, catalogo della mostra al Circolo degli artisti in Faenza (RA), 30 novembre 2002 – 9 febbraio 2003, Quaderni del Circolo degli artisti, 2002
– “Pompeo Pianezzola guarda Canova. Bianco viaggio intorno al neoclassico”, catalogo della mostra alla Libreria Palazzo Roberti in Bassano del Grappa (VI), 22 novembre 2003 – 4 gennaio 2004, Tipografia Rumor, 2003
– “Pompeo Pianezzola. L’anima delle forme. Ceramiche e dipinti per il XX secolo” a cura di Nico Stringa, Grafiche Antiga, 2005