Cesare Sartori (Nove 1930 – 2020)
La storia di Cesare Sartori è legata a una serie di artisti e designer accomunati dall’uso della ceramica e aventi a riferimento il territorio di Nove (VI) e dintorni. Nato nel piccolo paese situato nell’alto vicentino nel 1930, frequenta la locale Scuola d’arte “G. De Fabris” sotto la direzione di Andrea Parini e Giovanni Petucco, iniziando anche un apprendistato presso alcune aziende locali, tra cui proprio il laboratorio di Petucco e Zen. Sono anni essenziali per indicare a una nuova generazione di creativi quali possono essere gli sviluppi dell’operare nell’ambito della ceramica artistica che per secoli ha contraddistinto le produzioni del territorio.
Gli studi proseguono fino al 1954 presso l’istituto d’arte dei Carmini in compagnia, tra gli altri, dell’amico Federico Bonaldi. Durante la parentesi veneziana ha modo di incontrare personalità di rilievo sul piano artistico quali Carlo Scarpa, Emilio Vedova e frequentando per un breve periodo anche l’Accademia con il maestro Cesetti. Sono di quegli anni le prime importanti sculture, per lo più bassorilievi, talvolta traforati, che incuriosiscono per l’espressionismo primitivo animato da tratti gentili; premiato in diverse occasioni, le sue opere vengono pubblicate in riviste quali La Ceramica, Domus, etc… L’ispirazione per questi bassorilievi in cui il tratto stilizzato si abbina all’uso di pochi colori, viene dall’osservazione dei lavori e delle persone che animano il paese, nonché da racconti e scritti del passato anche di carattere religioso.
Al ritorno nel paese natìo, già dalla metà degli anni Cinquanta e fino al 1977 insegna progettazione e si rivela come uno dei propugnatori attivi del rinnovamento dell’insegnamento nell’istituto d’arte novese assieme a Pompeo Pianezzola e Alessio Tasca. La necessità di quegli anni era di maturare un linguaggio, nella didattica, con cui poter fornire agli studenti gli strumenti per leggere quello che veniva visto.
La sua attenzione si focalizza sulle possibilità del “nascente” design italiano; in tal senso risulta essenziale la coeva attività di direttore artistico della SICA. L’azienda guidata dai titolari Stefano Guzzo e Angelo Perin, con lungimiranza aveva individuato nelle doti del giovane Sartori una mente creativa in grado di cogliere elementi dei flussi artistici dell’epoca e tradurli in proposte applicabili alla produzione di serie. Il sentore pittorico e figurativo non viene del tutto abbandonato, ma inizia un graduale processo di stilizzazione delle forme verso le geometrie essenziali. È di questi anni la grande commissione della “Via Crucis” per la Chiesa dell’Emigrante di Berna (Svizzera, 1963).
Nel 1968 avvia un laboratorio familiare per la produzione di ceramiche d’uso di design. In quell’ambiente mette in pratica le nozioni del Bauhaus e della Scuola di Ulm (primo periodo). Gli oggetti vengono progettati e si caratterizzano per un originale studio della forma, talvolta inspirata dalla natura; sono di questo periodo le prima attività promozionali coordinate attraverso le immagini di Edmondo Tich, fotografo attivo anche per altre aziende della zona. Comune a molti prodotti realizzati è una decorazione uniforme realizzata attraverso smalti o cristalline colorate, anche opache.
Il laboratorio sarà anche uno dei luoghi di lavoro e sperimentazione durante il III Simposio Internazionale della Ceramica – Bassano del Grappa, Marostica, Nove.
Dagli anni Ottanta riduce il volume del laboratorio per passare a una produzione solo in parte seriale; preferisce dare seguito alla realizzazione di opere anche di notevoli dimensioni. I pezzi unici vengono identificati con nomi quali “crateri” e “piastre” e vengono ottenuti nell’accostamento di materiale refrattario e vetri colorati a grosso spessore in cui far interagire ossidi e pigmenti.
Si tratta di forme lineari, apparentemente scatole e contenitori dai toni scuri all’esterno che si aprono squarciandosi e lasciando intravvedere la policromia interna. La matericità del vetro, assieme alle tracce di ingobbio su lastre in terracotta , divengono spazio per evocare paesaggi ed elementi arborei.
Gli alberi in particolare diventano uno dei soggetti preferiti soprattutto per il loro potere evocativo: il loro porsi nello spazio come figure umane con gli arti tesi permettono di farli interagire in gruppi o come elemento singolo inserito in strutture metalliche. Nel frattempo inizia a collaborare anche la figlia Vania, con la quale avvia un proficuo dialogo e confronto durato anni, affiancandosi nella produzione in piccola serie e mantenendo peculiarità di stile. Fondamentale nell’approccio alla materia è l’idea di concepire l’oggetto, oltre che per la sua mera funzione, in ragione dello spazio circostante.
Le “gabbie”, ossia le sculture inserite in strutture geometriche costituite dai profili di parallelepipedi e cubi in ferro, sono uno degli esiti più interessanti.
Negli anni Novanta e duemila amplia la dimensione delle proprie opere con alcune commissioni pubbliche con destinazione ecclesiastica, tra cui la “Tomba-cenotafio ai dispersi in guerra” e la Cappella Ossario nel cimitero di Nove (1997 e 2006) chiesa di Santa Maria Immacolata a Montecchio Maggiore (2005). Sono di quest’ultimo periodo anche le “fraglie”, sculture dal precipuo valore informale e in cui emerge il valore della natura primigena. I profili delle montagne realizzati attraverso la rottura di massicce zolle di argilla bianca, sono il richiamo ad alcune memorie d’infanzia: le rocce dove i soldati hanno combattuto durante le guerre, ma anche gli spazi nascosti dove gli amanti consumavano il loro stare insieme. In entrambi i casi, il ricordo viene evocato attraverso accenni di scrittura, lettere o volti impressi nella terra a sancirne la presenza umana.
Negli ultimi anni il suo linguaggio si evolve e tocca tematiche di carattere generale, riprendendo elementi architettonici e naturalistici: le sue steli, i portali, ma anche i teatri vengono affiancati dal recupero della figura umana. Sartori torna a studiarne la forma e le pose dell’indiscussa grazia femminile e traccia soprattutto su carta esiti lievi che compone anche in ceramica.
Bibliografia (selezione):
– “Ceramica ’80”, a cura di Fernando Rigon, catalogo della mostra, Palazzo Agostinelli in Bassano del Grappa, 3 maggio – 1 giugno 1980, s.n. 1980
– “Keramikos – Ceramica di ricerca a Nove e dintorni”, a cura di Nico Stringa, catalogo della mostra, Istituto Statale d’Arte “G. De Fabris”di Nove – 17-31 agosto 1985
– Carmen Rossi, “Cesare e Vania Sartori: opere scelte”, in Quaderni Breganzesi, anno XI, n° 19, novembre 2006

