Antonio Riello (Marostica, 1958)
Originario di Marostica (provincia di Vicenza) la sua consapevolezza artistica prende avvio negli anni della formazione scolastica: liceo scientifico nella vicina Bassano del Grappa, cui segue nel 1982 la laurea in Tecnica e chimica farmaceutica all’Università di Padova. Negli anni successivi, oltre a praticare la professione nel contesto familiare, frequenta anche lo IUAV a Venezia e realizza opere pittoriche su tela riconducibili al tema dei paesaggi urbani.
Nella seconda metà degli anni Ottanta visita e rimane per lunghi periodi negli Stati Uniti e nel 1990 vince una borsa di studio della Pollock-Krasner Foundation di New York.
Durante la prima metà degli anni Novanta inizia ad elaborare un’attenzione verso quello che all’epoca viene definito il “Concettualismo Ironico Italiano” trovando affinità con il lavoro di artisti quali Corrado Bonomi, Alessandro Galbiati, Francesco Garbelli. Primi esempi sono i “fattoidi” (Museo di Storia Naturale, Milano, 1992), finti reperti pensati per essere esposti e dialogare con le collezioni di istituzioni museali in cui l’amore per la scienza si unisce alla passione per il museo quale garante di autenticità.
Il prevalere del contesto sul testo e la sua forma simbolica, accade anche nell’arte contemporanea: quando un lavoro entra in contesti e circuiti riconosciuti, assurge ad opera d’arte.
L’approccio verso tematiche forti e lette con sarcasmo anti-retorico prosegue mettendo in mostra opere che toccano realtà scomode con “Mafia Reliquien” (Galleria Halskratz, Mannheim, 1994); nell’occasione ricrea dei possibili interni familiari “mafiosi”, ossia tavole apparecchiate aventi suppellettili decorate con simboli legati alla violenza.
Tra 1996 e 1997 supera i confini del materiale concependo, creando e mettendo in rete un videogioco d’artista dal titolo “Italiani brava gente”. Sullo stile dell’antesignano Space Invaders, il programma video-ludico è una schematica ricostruzione del conflitto all’epoca in corso tra profughi albanesi e guardiacoste italiani, ossia della xenofobia latente nei confronti del popolo albanese.
Sposta il suo orizzonte creativo a Milano ove sino al 1999 tiene alcuni corsi universitari dedicati al tema del videogioco come mezzo artistico.
Continua le operazioni di decostruzione delle certezze e nel 1998 ha avvio una ricerca sulle armi leggere che in breve diventa il leit-motiv per una serie di opere dal titolo “Ladies Weapons”.
L’originale collezione di “armi da signora”, non a caso ribattezzate con nomi di donna riferiti alle zone di produzione dei modelli esposti con inconsuete finiture e colori (rosa shocking, palletes, texture leopoardate, dorate, etc.), si confronta con la parte oscura del contesto sociale contemporaneo.
Armi come simbolo di violenza “apparentemente rimossa” dalla pratica estetizzante, operata dalla moda, dal design e talvolta dall’arte stessa, che rende accattivanti tali prodotti.
La nuova dimensione internazionale gli permette una maggiore presenza a Londra ove inizia a risiedere con continuità. La provocazione legata agli armamenti prosegue e nel 2003 da il via all’esplorazione tramite materia ceramica delle armi da guerra.
Trova nella bottega Gatti di Faenza il partner ideale per la riproduzione di armi con i decori faentini rinascimentali, le “Ceramic weapons”. Affascinato dalla storia di queste decorazioni la cui origine è da ricercare nel Medio Oriente medievale, l’artista propone opere caratterizzate da una fragile aggressività, potenziale ossimoro dell’essere umano in crisi. L’ironia con cui approccia i propri progetti artistici incontra un crescente riconoscimento e si fa sempre più presente anche nei musei.
È del 2005 la personale al Mart di Rovereto intitolata “AirMart”, il riuscito tentativo di trasformare il grande complesso architettonico ideato da Mario Botta in un vero e proprio aeroporto.
Attraverso una segnaletica appositamente realizzata, gli annunci dei voli, il riflesso di luci e altri particolari, l’artista innesca un corto circuito dato dalle nostre esperienze in uno dei tanti non-luoghi definiti da Marc Augè.
Altre collaborazioni con importanti musei di arte contemporanea in Europa prendono avvio dal 2007 con “Be square”, ossia la progettazione e produzione di uniformi per il personale presente. In particolare il classico Tartan viene ripensato di volta in volta inserendovi un errore, elogio dell’imperfezione che ne fanno elemento identitario collettivo.
Attorno al 2009 prende avvio una riflessione personale legata ai libri, intesi come portatori di idee e oggetti fisici di cui prendersi cura. Appassionato bibliomane, con la serie “Ashes to ashes” decide di iniziare un’azione equamente distruttiva e salvifica per ognuno dei tanti volumi letti in passato: l’operazione è tutt’ora in corso. Con un apposito forno brucia pagine e copertina, raccogliendo le ceneri in speciali urne appositamente realizzate da Massimo Lunardon.
Carattere comune a questa distruzione-conservazione è anche l’analisi ordinatoria dei singoli volumi, comune alla pratica scientifica e ad altre forme di classificazione.
Durante gli anni Dieci del nuovo millennio l’ironia continua ad essere la cifra stilistica di tante installazioni in numerosi contesti internazionali. Il suo eclettismo, dato un approccio sistematico da antropologo, lo porta ad indagare elementi di confine e a prediligere oggetti inconsueti, anche comuni, quali luogo per la riflessione.
Crea alcuni “oggetti impossibili” e inizia a lavorare su grandi zerbini in fibra di cocco riciclata, in cui fissare simboli legati alle paure contemporanee trasformandoli in arte calpestabile. Tornano anche le suggestioni delle armi, in questo caso complesse e di notevoli dimensioni con la proposta di grandi missili (“Honest John”, installazione per “Ex Voto”, Bassano del Grappa, 2016) o di aerei da caccia in scala egualmente dipinti con scene di carattere religioso. Il paradosso tra un’arma di distruzione e le immagini di santi diventano percorsi conflittuali e bizzarri omaggi alla storia dell’arte italiana.
Con il lockdown pandemico del 2020 avvia la lunga serie di disegni denominati “Confined objects” in cui l’indagine casalinga viene eseguita tramite foglio e penna a sfera.
Una mappatura intima degli oggetti quotidiani con particolare attenzione a quelli culinari, riconoscendo nella cucina il centro vitale della casa.
Bibliografia (selezione):
– Antonio Riello, Mafia-Reliquien, co-edizione Galerie Halskratz – Mannheim e TraccEdizioni, 1994
– Antonio Riello. Ladies weapons, Marinotti editore – Milano, 2001
– Antonio Riello. Airmart, a cura di G. Verzotti, Edizioni Charta – Milano, 2005
– Antonio Riello. Museomania #8, a cura di Chiara Casarin, Comune di Bassano del Grappa, 2018

